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martedì 7 luglio 2020

LA STRAGE DI BULLENHUSER DAMM


LA STRAGE DI BULLENHUSER DAMM


“[…] Nulla forse distingue le masse moderne da quelle dei secoli precedenti come la mancanza di fede in un giudizio finale: i peggiori hanno perso la paura e i migliori la speranza. Incapaci di vivere senza timore e speranza, queste masse sono attratte da ogni sforzo che sembra promettere un’instaurazione del paradiso sognato e dell’inferno temuto. Come gli aspetti volgarizzati della società senza classi hanno una strana somiglianza con l’era messianica, così la realtà dei campi di concentramento corrisponde in modo sorprendente alle immagini medievali dell’inferno. L’unica cosa irrealizzabile è ciò che rendeva sopportabili le concezioni tradizionali del castigo: il giudizio universale, l’idea di un principio assoluto di giustizia associato all’infinita possibilità della grazia. Perché nella valutazione umana non c’è delitto o peccato che sia commisurabile con le pene eterne dell’inferno. Di qui il turbamento del buon senso, che si chiede: che cosa devono aver commesso queste persone per soffrire in modo così inumano? Di qui anche l’assoluta innocenza delle vittime: nessun uomo lo ha mai meritato. Di qui infine la grottesca casualità della scelta degli internati dei lager nel perfetto stato di terrore: una simile “pena” può, con eguale giustizia e ingiustizia, essere inflitta a chiunque. […]”
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo

La propaganda fu uno strumento fondamentale sia per conquistare quella maggioranza di cittadini tedeschi che non sostennero immediatamente Adolf Hitler, sia per imporre il programma radicale nazista che richiedeva, oltre al supporto attivo e la partecipazione diretta di alcuni, l’accettazione passiva da parte di larghi settori della popolazione.
Unito all’uso del terrore come mezzo di intimidazione di coloro che rifiutavano di obbedire, il nuovo apparato propagandistico statale, guidato da Joseph Goebbels, venne utilizzato per manipolare e ingannare la popolazione tedesca e il mondo esterno.
Nella notte tra il 20 e il 21 aprile del 1945, nei sotterranei della Scuola di Bullenhuser Damm, alla periferia di Amburgo, in una città spettrale e devastata dai bombardamenti degli Alleati, 20 Bambini ebrei, 10 femmine e 10 maschi, vennero uccisi mediante impiccagione.
Erano stati sottoposti, per alcuni mesi, a una delirante sperimentazione medica su di un possibile vaccino per la tubercolosi da parte di un gruppo di aguzzini, coordinato da un medico appartenente al corpo delle SS, di nome Kurt Heissmeyer (1905-1967).
I Bambini erano arrivati in quella Scuola dal campo di concentramento di Neuengamme, a circa 30 chilometri da Amburgo, un lager in cui erano stati trasferiti appositamente per essere sottoposti all’inutile e crudele sperimentazione, alla fine del mese di novembre del 1944.

Erano di varia nazionalità e, tra loro, vi era anche un piccolo cittadino italiano, la cui madre aveva avuto la sorte di essere ebrea.
Questi Bambini avevano un’età compresa tra gli 8 e i 13 anni e provenivano dal campo di sterminio tristemente noto con il nome di Auschwitz-Birkenau, una sperduta località del Sud dell’odierna Polonia, dove, tra il 1942 e il 1945, persero la vita oltre un milione di persone.
Erano stati scelti per quell’esperimento da un altro medico nazista, il tristemente famoso Joseph Mengele (1911-1979), che aveva effettuato personalmente la selezione dei Bambini, facendo loro credere, con una crudeltà priva di ogni aggettivo, che essere stati scelti avrebbe anticipato il momento destinato a rivedere le loro Mamme.
A partire dal gennaio del 1945, nel campo di concentramento di Neuengamme, il dottor Heissmeyer immise nei polmoni dei Bambini, con sonde, bacilli della tubercolosi vivi, con il pretesto di studiare un possibile vaccino antitubercolare.
Gli esperimenti criminali si protrassero per oltre 3 mesi, riuscendo solo a debilitare ulteriormente i Bambini.
Heissmeyer iniettò dosi crescenti di tubercolina, successiva all’inoculazione del bacillo di Koch, per stimolare una presunta formazione di anticorpi specifici antitubercolari.
Naturalmente, non vi fu nessun effetto favorevole, come era da prevedersi in base ai lavori sperimentali sui modelli animali già effettuati negli Anni Trenta e come confermato, del resto, e inutilmente dall’asportazione cruenta e ingiustificata delle linfoghiandole ascellari dei poveri Bambini, nel marzo del 1945.
Quelle linfoghiandole furono sottoposte a un esame istologico da parte del patologo Hans Klein, che sarebbe divenuto, impunemente, dopo la guerra, docente di medicina legale presso l’Università di Heidelberg.
Con le truppe Alleate che potevano arrivare ai cancelli del lager, da un momento all’altro, era troppo pericoloso continuare a tenere prigionieri quei Bambini, la cui presenza appariva ingiustificabile in un campo di prigionia e di lavori forzati.
Il comandante del campo, Max Pauly, aveva, già, chiesto al Comando Generale dei Campi di Sterminio di Berlino cosa farne, dal 7 aprile.
L’ordine arrivò il 20 dello stesso mese: i Bambini andavano eliminati.
Pauly incaricò dell’esecuzione il medico SS del lager, il dottor Alfred Trzebinski (1902-1946).
Fu approntato un autocarro su cui, nella notte tra il 20 ed il 21 aprile, presero posto i Bambini.
Erano con loro 2 medici francesi prigionieri di guerra René Quenouille e Gabriel Florence, 2 infermieri olandesi Anton Holzel e Dirk Deutekom e 6 prigionieri russi di cui ci è ignoto anche il nome.
L’automezzo si diresse con una breve corsa alla periferia di Amburgo, dove sorgeva la Scuola di Bullenhuser Damm, un edificio di mattoni rossi rimasto miracolosamente in piedi durante i bombardamenti e utilizzato come sede distaccata del lager di Neuengamme.
L’esecuzione non poteva avvenire direttamente nel campo principale perché ci sarebbero stati troppi testimoni.
Dei mezzi della Croce Rossa Svedese erano, infatti, già presenti sul posto per sorvegliare il rimpatrio di alcuni prigionieri da estradare in Danimarca.
All’arrivo alla Scuola, Trzebinski si confrontò con il comandante del piccolo campo di concentramento, l’Obersturmführer delle SS Arnold Strippel (1911-1994).
Strippel era un nazista fanatico, cui non importava alcunché, neppure che la guerra fosse prossima alla fine e che tra i prigionieri da eliminare vi fossero Bambini innocenti.
Il gruppo dei reclusi venne condotto nei sotterranei e i medici francesi, gli infermieri olandesi e i 6 prigionieri russi vennero impiccati in uno degli stanzoni, mentre i Bambini sonnolenti e infreddoliti attendevano ignari in un altro locale, con le loro povere cose che avevano preso come bagaglio.
Poi, Strippel vinse le resistenze del medico Trzebinski, ricordandogli che dovevano obbedire a quell’ordine aberrante giunto da Berlino e che un membro delle SS, quale egli era, doveva eseguire le direttive che gli venivano impartite per il bene dello Stato e la sua assoluta fedeltà al Führer.
Al processo, che dovette sostenere alla fine della guerra, prima di essere giustiziato, Trzebinski dichiarò di non aver portato con sé alcun veleno quella notte, in quanto aveva avuto qualche scrupolo a uccidere dei Bambini.
Nei campi di concentramento nazisti i prigionieri non avviati direttamente alle camere a gas venivano, di solito, eliminati con iniezioni di fenolo in vena o direttamente nel miocardio, attraverso un’iniezione intercostale.
Il medico praticò invece ai Bambini delle iniezioni intramuscolari di morfina che ne attutirono la sensibilità, forse, ne uccisero subito i più debilitati per depressione respiratoria e li fecero comunque cadere in un torpore o in un sonno farmacologico.
Poi, a uno a uno, i Bambini vennero portati in uno scantinato e appesi a dei ganci di metallo che pendevano dai tubi dell’acqua che correvano lungo il soffitto.
In questo modo furono strangolati e uccisi.
Kurt Heissmeyer, il medico che aveva condotto la sperimentazione sulla tubercolosi, dopo la fine della guerra, trascorse molti anni della sua vita in totale tranquillità.
Esercitò, a lungo e con successo, la professione a Magdeburgo, nella Repubblica Democratica Tedesca.
Venne arrestato, nel 1963, e condannato all’ergastolo, nel 1966.
Durante l’interrogatorio, nel 1964, Heissmeyer dichiarò:

“Per me non esiste alcuna differenza tra ebrei e cavie.”

Morì, nell’estate del 1967, mentre era, ancora, detenuto.
L’ufficiale delle SS Arnold Strippel, che aveva, materialmente, diretto l’eccidio, fu processato, nel 1948, per la sua attività criminale in altri campi di sterminio. Gli furono inflitti 21 ergastoli, più altri 10 anni di reclusione. I 21 ergastoli si riferivano all’uccisione di altrettanti deportati ebrei nel campo di concentramento di Buchenwald, fatto di cui esistevano prove certe. Non venne fatta alcuna menzione alla Strage di Bullenhuser Damm, anche se il suo nome come corresponsabile era emerso nel corso del processo, intentato, nel 1946, al medico delle SS Alfred Trzebinski, che venne condannato a morte e impiccato dagli Alleati nell’ottobre del 1946.
Soltanto nel 1965, in seguito al processo che vide Heissmeyer come indagato, le indagini su Strippel furono riaperte e furono incredibilmente richiuse, nel 1967, per insufficienza di prove!
Il 21 aprile del 1969, nell’anniversario dell’eccidio, venne liberato dal carcere e, nel 1970, Strippel chiese e ottenne la revisione della condanna del 1948, la quale fu trasformata da 21 ergastoli a 6 anni di carcere, del resto già scontati!
A causa di questa sentenza gli venne riconosciuto un risarcimento di oltre 120mila marchi dell’epoca.
Strippel visse tranquillo e in libertà fino al 1979, quando, grazie alle inchieste del giornalista tedesco Günther Schwarberg, il caso venne riaperto e numerosi testimoni e parenti delle vittime vennero sentiti in tribunale.
Nel 1987, tuttavia, il Tribunale di Amburgo impose la cessazione del processo per l’impossibilità di Strippel a sostenere il dibattimento in quanto gravemente ammalato.
L’assassino morì, nel 1994, di morte naturale.
Günther Schwarberg, che è riuscito a portare alla luce la storia dei 20 Bambini, su Stern ha pubblicato una serie di articoli con il titolo Il medico delle SS e i Bambini.
Schwarberg è riuscito a rintracciare i parenti dei Bambini, facendo lunghissime ricerche in molti Paesi.
Con il suo libro Il medico delle SS e i bambini, tradotto in sei lingue, Schwarberg ha salvato la storia dei Bambini.
A tutt’oggi, sono stati trovati i parenti di 17 dei 20 Bambini.

“Cari genitori,
[…] è in tempi come questi che si dimostra veramente che cosa significhi possedere un passato e una eredità interiore che non dipendono dal mutare dei tempi e degli eventi. La consapevolezza di essere sorretti da una tradizione spirituale che si estende nei secoli dà una salda sensazione di sicurezza davanti a qualsiasi transitoria difficoltà. Credo che chi sa di possedere siffatte riserve di forza non ha bisogno di vergognarsi nemmeno dei sentimenti più teneri, che peraltro a mio giudizio sono propri degli uomini migliori e più nobili, quando siano suscitati dal ricordo di un passato bello e ricco. Chi si tiene saldo a quei valori che mai nessun uomo può carpirgli non sarà sconfitto.
[…]”
Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa

La Strage di Bullenhuser Damm è un caso significativo e, ancora oggi, non ben conosciuto nelle sue caratteristiche di inaudita crudeltà.
Come è stato possibile da parte di molti medici commettere tali infamie e, soprattutto, come si è, storicamente e ideologicamente, formato un ambiente sociale e politico che ha permesso e favorito questi crimini?
Ora sappiamo che certi comportamenti di un orrore inimmaginabile sono possibili anche in persone istruite e educate con i migliori strumenti della civiltà moderna.
Lo sappiamo e non ci sarà più consentito dimenticarlo.

venerdì 8 maggio 2020

IO VI SPENGO PRIMA CHE VOI SPEGNIATE ME di Daniela Zini


IO VI SPENGO PRIMA CHE VOI SPEGNIATE ME!



CE LE AVETE FATTE LIOFIZZATE SOLUBILI IN ACQUA.
NON BASTANO POLITICI, ESPERTI E COSIDDETTI DIVULGATORI DELL’INFORMAZIONE CON LE LORO DIATRIBE PERSONALI DA PRIME DONNE AD AVERCI AVVELENATO LA VITA IN QUESTI 4 MESI...
MANCAVANO I MILITARI ATLETI CHE HANNO PARTECIPATO, DAL 18 AL 27 OTTOBRE 2019, AI GIOCHI MONDIALI MILITARI A WUHAN A INTORBIDARE LE ACQUE...
COME SE NON FOSSERO PIU’ CHE TORBIDE COSI’ COME SONO E NON CERTO PER COLPA DEGLI ITALIANI CHE SI SONO BEVUTI, POVERI CRISTI, TUTTO QUELLO CHE E’ STATO PROPINATO LORO...
ANCHE DELLA NECESSITA’ DI METTERE IN LIBERTA’ MAFIOSI AL 41 BIS E DELINQUENTI ABITUALI, MENTRE VIGEVANO NORME RESTRITTIVE ALLA CIRCOLAZIONE SUL TERRITORIO NAZIONALE.
IO VI HO SPENTO PERCHE’ NON HO NESSUNA INTENZIONE DI FARMI SPEGNERE DA VOI.
NON VOGLIO PIU’ SENTIRE IL RUMORE ASSORDANTE CHE AVETE FATTO NELLA MIA VITA, CHE E’ MIA, E NESSUNO PIU’ DI ME L’HA CARA, IN QUESTI 4 MESI.
1984 DI GEORGE ORWELL E’ L’UNICO LIBRO CHE NON SIA RIUSCITA A FINIRE DI LEGGERE IN TUTTA LA MIA VITA, PERCHE’ A OGNI PAGINA SENTIVO CRESCERE DENTRO DI ME UN SENSO DI OPPRESSIONE, DI SOFFOCAMENTO, DI MORTE INTERIORE...
MA LA REALTA’ RIESCE A SUPERARE LA FANTASIA, A VOLTE! 
NOI VIVIAMO IN UNA SOCIETA’ NELLA QUALE IL POPOLO E’ LETTERALMENTE SCHIACCIATO DALLA ECONOMIA, DALLA POLITICA, DAI MEDIA E ACCETTA PASSIVAMENTE IL DEGRADO, LE VESSAZIONI, LA SCOMPARSA DEI VALORI E DELL’ETICA, CHE DERIVANO DA QUESTO CONTINUO SUBIRE, IN SILENZIO, SENZA MAI REAGIRE. 
IL PRINCIPIO DELLA RANA BOLLITA E’ UN PRINCIPIO METAFORICO RACCONTATO DA NOAM CHOMSKY, PER ESCRIVERE UNA PESSIMA CAPACITA’ DELL’UOMO MODERNO A ADATTARSI A SITUAZIONI SPIACEVOLI E DELETERIE SENZA REAGIRE, SE NON QUANDO, ORAMAI, E’ TROPPO TARDI.
QUANDO ORWELL SCRISSE 1984 SI PROFILAVANO 2 TOTALITARISMI: IL COMUNISMO E I CAPITALISMO. LO SCRITTORE IMMAGINO’ L’AFFERMAZIONE DEL COMUNISMO E, QUINDI, INSERI’ LA SUA STORIA NEL GRIGIORE DI UN REGIME SOVIETIZZATO.
NELLA REALTA’, HA PREVALSO L’ALTRO TOTALITARISMO E AL POSTO DEI GRIGI ABITI TUTTI EGUALI, VIENE SFOGGIATO LO SGARGIANTE ABBIGLIAMENTO CONSUMISTICO; AL POSTO DELLO SCADENTE GIN VITTORIA VI SONO SPINELLI, PASTICCHE, EROINA, COCAINA...
PER IL RESTO TUTTO COME PREVISTO...
SOLO QUALCHE DISCORDANZA DI ORDINE ESTETICO, DEL TUTTO ININFLUENTE.

“Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di  evitare  le  terribili  raffiche  di  vento  col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui. L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter  essere  messo  all’interno.  Vi  era  raffigurato  solo  un  volto  enorme,  grande  più  di  un  metro,  il  volto  di  un  uomo  di  circa  quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli. Winston si diresse verso le scale. Tentare con l’ascensore, infatti, era inutile. Perfino nei giorni migliori  funzionava  raramente  e  al  momento,  in  ossequio  alla  campagna  economica in preparazione della Settimana dell’Odio, durante le ore diurne l’erogazione della corrente elettrica veniva interrotta. L’appartamento era al settimo piano e Winston, che aveva trentanove anni e un’ulcera varicosa alla caviglia  destra,  procedeva  lentamente,  fermandosi  di  tanto  in  tanto  a  riprendere  fiato.  Su  ogni  pianerottolo,  di  fronte  al  pozzo  dell’ascensore,  il  manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ri-tratti  fatti  in  modo  che,  quando  vi  muovete,  gli  occhi  vi  seguono.  IL  GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso. All’interno dell’appartamento  una  voce  pastosa  leggeva  un  elenco  di  cifre che avevano qualcosa a che fare con la produzione di ghisa grezza. La voce  proveniva  da  una  placca  di  metallo  oblunga,  simile  a  uno  specchio  oscurato, incastrata nella parete di destra. Winston girò un interruttore e la voce  si  abbassò  notevolmente,  anche  se  le  parole  si  potevano  ancora  distinguere. Il volume dell’apparecchio [si chiamava teleschermo] poteva essere abbassato, ma non vi era modo di spegnerlo. Winston si avvicinò alla finestra:  era  una  figura  minuscola,  fragile,  la  magrezza  del  corpo  appena  accentuata dalla tuta azzurra che costituiva l’uniforme del Partito. Aveva i capelli  biondi,  il  colorito  del  volto  naturalmente  sanguigno,  la  pelle  resa  ruvida dal sapone grezzo, dalle lamette smussate e dal freddo dell’inverno appena trascorso. Fuori il mondo appariva freddo, perfino attraverso i vetri chiusi della finestra.  Giù  in  strada  piccoli  mulinelli  di  vento  facevano  roteare  spirali  di  polvere e di carta straccia e, sebbene splendesse il sole e il cielo fosse di un azzurro vivo, sembrava che non vi fosse colore nelle cose, se si eccettuava-no i manifesti incollati per ogni dove. Il volto dai baffi neri guardava fisso da ogni cantone. Ve ne era uno proprio sulla facciata della casa di fronte. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta, mentre gli occhi  scuri  guardavano  in  fondo  a  quelli  di  Winston.  Più  giù,  a  livello  di  strada,  un  altro  manifesto,  strappato  a  uno  degli  angoli,  sbatteva  al  vento  con  ritmo  irregolare,  coprendo  e  scoprendo  un’unica  parola:  SOCING.  In  lontananza un elicottero volava a bassa quota sui, tetti, si librava un istante come  un  moscone,  poi  sfrecciava  via  disegnando  una  curva.  Era  la  pattuglia della polizia, che spiava nelle finestre della gente. Ma le pattuglie non avevano molta importanza. Solo la Psicopolizia contava. Alle spalle di Winston, la voce proveniente dal teleschermo continuava a farfugliare qualcosa a proposito della ghisa grezza e della realizzazione più che completa del Nono Piano Triennale. Il teleschermo riceveva e trasmetteva contemporaneamente. Se Winston avesse emesso un suono anche appena  appena  più  forte  di  un  bisbiglio,  il  teleschermo  lo  avrebbe  captato;  inoltre, finché fosse rimasto nel campo visivo controllato dalla placca metallica,  avrebbe  potuto  essere  sia  visto  che  sentito.  Naturalmente,  non  era  possibile sapere se e quando si era sotto osservazione. Con quale frequenza, o con quali sistemi, la Psicopolizia si inserisse sui cavi dei singoli ap-parecchi era oggetto di congettura. Si poteva persino presumere che osservasse  tutti  continuamente.
Comunque  fosse,  si  poteva  collegare  al  vostro  apparecchio  quando  voleva.  Dovevate  vivere  [e  di  fatto  vivevate,  in  virtù  di quell’abitudine che diventa istinto] presupponendo che qualsiasi rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento — che non fosse fatto al buio — attentamente scrutato. Winston  dava  le  spalle  al  teleschermo.  Era  più  sicuro,  anche  se  sapeva  bene  che  perfino  una  schiena  può  essere  rivelatrice.  A  un  chilometro  di  distanza,  immenso  e  bianco  nel  sudicio  panorama,  si  ergeva  il  Ministero  della  Verità,  il  luogo  dove  lui  lavorava.  E  questa,  pensò  con  un  senso  di  vaga ripugnanza, questa era Londra, la principale città di Pista Uno, a sua volta la terza provincia più popolosa dell’Oceania. Si sforzò di cavare dalla memoria qualche ricordo dell’infanzia che gli dicesse se Londra era sempre stata  così.  C’erano  sempre  state  queste  distese  di  case  ottocentesche  fatiscenti, con i fianchi sorretti da travi di legno, le finestre rattoppate col cartone,  i  tetti  ricoperti  da  fogli  di  lamiera  ondulata,  i  muri  dei  giardini  che  pericolavano, inclinandosi da tutte le parti? E le aree colpite dalle bombe, dove  la  polvere  d’intonaco  mulinava  nell’aria  e  le  erbacce  crescevano  disordinatamente sui mucchi delle macerie, e i posti dove le bombe avevano creato spazi più ampi, lasciando spuntare colonie di case di legno simili a tanti pollai? Ma era inutile, non riusciva a ricordare. Della sua infanzia non restava  che  una  serie  di  quadri  ben  distinti,  ma  per  la  gran  parte  incomprensibili e privi di uno sfondo contro cui stagliarsi. Il  Ministero  della  Verità  [Miniver,  in  neolingua]  differiva  in  maniera  sorprendente da qualsiasi altro oggetto che la vista potesse discernere.  Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco e abbagliante che s’innalzava,  terrazza  dopo  terrazza,  fino  all’altezza  di  trecento  metri.  Da  dove  si  trovava  Winston  era  possibile  leggere,  ben  stampati  sulla  bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA
Si  diceva  che  il  Ministero  della  Verità  contenesse  tremila  stanze  al  di  sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto. Sparsi qui e là per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni simili. Facevano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal tetto degli Appartamenti  Vittoria  li  si  poteva  vedere  tutti  e  quattro  simultaneamente.  Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i quali era distribuito l’intero apparato  governativo:  il  Ministero  della  Verità,  che  si  occupava dell’informazione, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pace, che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli  affari  economici.  In  neolingua  i  loro  nomi  erano  i  seguenti:  Miniver,  Minipax, Miniamor e Miniabb. Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era assolutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi era  impossibile,  se  non  per  motivi  ufficiali,  e  anche  allora  solo  dopo  aver  attraversato  grovigli  di  filo  spinato,  porte  d’acciaio  e  nidi  di  mitragliatrici  ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lunghi manganelli. Winston si girò di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno  ottimismo  che  era  consigliabile  mostrare  quando  ci  si  trovava  davanti al teleschermo.”
da 1984 di George Orwell

PROVERO’ A RILEGGERLO...
FORSE, QUESTA VOLTA, NON AVVERTIRO’ QUEL SENSO DI OPPRESSIONE, DI SOFFOCAMENTO, DI MORTE INTERIORE...

Daniela Zini


“Io ho fatto un viaggio intercontinentale, dopo 16-18 ore sono arrivato al Villaggio di Wuhan, poi ho dormito  tanto per la stanchezza e il jet lag ma è normale. Non ho avuto  sintomi influenzali, né febbre, né tosse particolare. Io ero nella  stessa camera di Matteo Tagliariol e non capisco perché sia uscito  tutto questo a mesi di distanza. Io non ho avuto nulla e la gara si è  svolta nel modo più normale possibile”. Sono le parole del campione di fioretto delle Fiamme Gialle, Valerio Aspromonte dopo quelle di Matteo Tagliariol che ha detto che ai Mondiali militari di  Wuhan in Cina si sono ammalati tutti, ipotizzando un possibile  contagio di Covid-19.
“Siamo stati 11 giorni dentro il Villaggio che era pulito e ordinato, atleti moribondi per il villaggio non ne ho visti, ho sempre mangiato nella mensa del Villaggio, era tutto nella  norma”, ha aggiunto Aspromonte.
“Nella camerata eravamo io e Matteo, poi Pizzo e Buzzi, Anfora e l’armiere e nessuno di loro ha avuto problemi con febbre e sintomi di altro tipo. Ripeto, da parte mia ho riposato di più del solito solo perché ero stanco. A me dispiace che escano certe cose a distanza di mesi. La mia famiglia e io siamo stati benissimo, nessuno di quelli che è stato intorno a me è stato male, tantomeno io”, ha  proseguito Aspromonte.
“Poi i tempi di incubazione del coronavirus  dicono che sia dai 5 ai 15 giorni, non puoi stare subito male quando  arrivi a meno che non lo hai preso prima di partire”, ha proseguito il campione azzurro che si sta allenando ancora a casa. “Io non sono mai uscito di casa. Ho fatto una quarantena vera. Ho  sempre fatto ginnastica con mio figlio. Ora ho iniziato un po’ di  attività all’esterno ma ancora non sono entrato in sala scherma,  stiamo aspettando le linee guida della Federazione per iniziare la  parte più tecnica. Con le Olimpiadi slittate e le gare che per i  prossimi 4-5 mesi non ci saranno, credo sia anche il caso di  aspettare, magari una settimana in più, per fare andare tutto per il  verso migliore. L’importante è ripartire e fare le cose senza  rifermarsi subito”, ha concluso Aspromonte [https://www.raisport.rai.it/articoli/2020/05/Aspromonte-Tagliariol-A-Wuhan-ero-in-camera-con-lui-ma-stavo-bene-82d76afc-d39d-4ea6-b88a-f7b8574335d0.html].