venerdì 8 maggio 2020

IO VI SPENGO PRIMA CHE VOI SPEGNIATE ME di Daniela Zini


IO VI SPENGO PRIMA CHE VOI SPEGNIATE ME!



CE LE AVETE FATTE LIOFIZZATE SOLUBILI IN ACQUA.
NON BASTANO POLITICI, ESPERTI E COSIDDETTI DIVULGATORI DELL’INFORMAZIONE CON LE LORO DIATRIBE PERSONALI DA PRIME DONNE AD AVERCI AVVELENATO LA VITA IN QUESTI 4 MESI...
MANCAVANO I MILITARI ATLETI CHE HANNO PARTECIPATO, DAL 18 AL 27 OTTOBRE 2019, AI GIOCHI MONDIALI MILITARI A WUHAN A INTORBIDARE LE ACQUE...
COME SE NON FOSSERO PIU’ CHE TORBIDE COSI’ COME SONO E NON CERTO PER COLPA DEGLI ITALIANI CHE SI SONO BEVUTI, POVERI CRISTI, TUTTO QUELLO CHE E’ STATO PROPINATO LORO...
ANCHE DELLA NECESSITA’ DI METTERE IN LIBERTA’ MAFIOSI AL 41 BIS E DELINQUENTI ABITUALI, MENTRE VIGEVANO NORME RESTRITTIVE ALLA CIRCOLAZIONE SUL TERRITORIO NAZIONALE.
IO VI HO SPENTO PERCHE’ NON HO NESSUNA INTENZIONE DI FARMI SPEGNERE DA VOI.
NON VOGLIO PIU’ SENTIRE IL RUMORE ASSORDANTE CHE AVETE FATTO NELLA MIA VITA, CHE E’ MIA, E NESSUNO PIU’ DI ME L’HA CARA, IN QUESTI 4 MESI.
1984 DI GEORGE ORWELL E’ L’UNICO LIBRO CHE NON SIA RIUSCITA A FINIRE DI LEGGERE IN TUTTA LA MIA VITA, PERCHE’ A OGNI PAGINA SENTIVO CRESCERE DENTRO DI ME UN SENSO DI OPPRESSIONE, DI SOFFOCAMENTO, DI MORTE INTERIORE...
MA LA REALTA’ RIESCE A SUPERARE LA FANTASIA, A VOLTE! 
NOI VIVIAMO IN UNA SOCIETA’ NELLA QUALE IL POPOLO E’ LETTERALMENTE SCHIACCIATO DALLA ECONOMIA, DALLA POLITICA, DAI MEDIA E ACCETTA PASSIVAMENTE IL DEGRADO, LE VESSAZIONI, LA SCOMPARSA DEI VALORI E DELL’ETICA, CHE DERIVANO DA QUESTO CONTINUO SUBIRE, IN SILENZIO, SENZA MAI REAGIRE. 
IL PRINCIPIO DELLA RANA BOLLITA E’ UN PRINCIPIO METAFORICO RACCONTATO DA NOAM CHOMSKY, PER ESCRIVERE UNA PESSIMA CAPACITA’ DELL’UOMO MODERNO A ADATTARSI A SITUAZIONI SPIACEVOLI E DELETERIE SENZA REAGIRE, SE NON QUANDO, ORAMAI, E’ TROPPO TARDI.
QUANDO ORWELL SCRISSE 1984 SI PROFILAVANO 2 TOTALITARISMI: IL COMUNISMO E I CAPITALISMO. LO SCRITTORE IMMAGINO’ L’AFFERMAZIONE DEL COMUNISMO E, QUINDI, INSERI’ LA SUA STORIA NEL GRIGIORE DI UN REGIME SOVIETIZZATO.
NELLA REALTA’, HA PREVALSO L’ALTRO TOTALITARISMO E AL POSTO DEI GRIGI ABITI TUTTI EGUALI, VIENE SFOGGIATO LO SGARGIANTE ABBIGLIAMENTO CONSUMISTICO; AL POSTO DELLO SCADENTE GIN VITTORIA VI SONO SPINELLI, PASTICCHE, EROINA, COCAINA...
PER IL RESTO TUTTO COME PREVISTO...
SOLO QUALCHE DISCORDANZA DI ORDINE ESTETICO, DEL TUTTO ININFLUENTE.

“Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di  evitare  le  terribili  raffiche  di  vento  col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui. L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter  essere  messo  all’interno.  Vi  era  raffigurato  solo  un  volto  enorme,  grande  più  di  un  metro,  il  volto  di  un  uomo  di  circa  quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli. Winston si diresse verso le scale. Tentare con l’ascensore, infatti, era inutile. Perfino nei giorni migliori  funzionava  raramente  e  al  momento,  in  ossequio  alla  campagna  economica in preparazione della Settimana dell’Odio, durante le ore diurne l’erogazione della corrente elettrica veniva interrotta. L’appartamento era al settimo piano e Winston, che aveva trentanove anni e un’ulcera varicosa alla caviglia  destra,  procedeva  lentamente,  fermandosi  di  tanto  in  tanto  a  riprendere  fiato.  Su  ogni  pianerottolo,  di  fronte  al  pozzo  dell’ascensore,  il  manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ri-tratti  fatti  in  modo  che,  quando  vi  muovete,  gli  occhi  vi  seguono.  IL  GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso. All’interno dell’appartamento  una  voce  pastosa  leggeva  un  elenco  di  cifre che avevano qualcosa a che fare con la produzione di ghisa grezza. La voce  proveniva  da  una  placca  di  metallo  oblunga,  simile  a  uno  specchio  oscurato, incastrata nella parete di destra. Winston girò un interruttore e la voce  si  abbassò  notevolmente,  anche  se  le  parole  si  potevano  ancora  distinguere. Il volume dell’apparecchio [si chiamava teleschermo] poteva essere abbassato, ma non vi era modo di spegnerlo. Winston si avvicinò alla finestra:  era  una  figura  minuscola,  fragile,  la  magrezza  del  corpo  appena  accentuata dalla tuta azzurra che costituiva l’uniforme del Partito. Aveva i capelli  biondi,  il  colorito  del  volto  naturalmente  sanguigno,  la  pelle  resa  ruvida dal sapone grezzo, dalle lamette smussate e dal freddo dell’inverno appena trascorso. Fuori il mondo appariva freddo, perfino attraverso i vetri chiusi della finestra.  Giù  in  strada  piccoli  mulinelli  di  vento  facevano  roteare  spirali  di  polvere e di carta straccia e, sebbene splendesse il sole e il cielo fosse di un azzurro vivo, sembrava che non vi fosse colore nelle cose, se si eccettuava-no i manifesti incollati per ogni dove. Il volto dai baffi neri guardava fisso da ogni cantone. Ve ne era uno proprio sulla facciata della casa di fronte. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta, mentre gli occhi  scuri  guardavano  in  fondo  a  quelli  di  Winston.  Più  giù,  a  livello  di  strada,  un  altro  manifesto,  strappato  a  uno  degli  angoli,  sbatteva  al  vento  con  ritmo  irregolare,  coprendo  e  scoprendo  un’unica  parola:  SOCING.  In  lontananza un elicottero volava a bassa quota sui, tetti, si librava un istante come  un  moscone,  poi  sfrecciava  via  disegnando  una  curva.  Era  la  pattuglia della polizia, che spiava nelle finestre della gente. Ma le pattuglie non avevano molta importanza. Solo la Psicopolizia contava. Alle spalle di Winston, la voce proveniente dal teleschermo continuava a farfugliare qualcosa a proposito della ghisa grezza e della realizzazione più che completa del Nono Piano Triennale. Il teleschermo riceveva e trasmetteva contemporaneamente. Se Winston avesse emesso un suono anche appena  appena  più  forte  di  un  bisbiglio,  il  teleschermo  lo  avrebbe  captato;  inoltre, finché fosse rimasto nel campo visivo controllato dalla placca metallica,  avrebbe  potuto  essere  sia  visto  che  sentito.  Naturalmente,  non  era  possibile sapere se e quando si era sotto osservazione. Con quale frequenza, o con quali sistemi, la Psicopolizia si inserisse sui cavi dei singoli ap-parecchi era oggetto di congettura. Si poteva persino presumere che osservasse  tutti  continuamente.
Comunque  fosse,  si  poteva  collegare  al  vostro  apparecchio  quando  voleva.  Dovevate  vivere  [e  di  fatto  vivevate,  in  virtù  di quell’abitudine che diventa istinto] presupponendo che qualsiasi rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento — che non fosse fatto al buio — attentamente scrutato. Winston  dava  le  spalle  al  teleschermo.  Era  più  sicuro,  anche  se  sapeva  bene  che  perfino  una  schiena  può  essere  rivelatrice.  A  un  chilometro  di  distanza,  immenso  e  bianco  nel  sudicio  panorama,  si  ergeva  il  Ministero  della  Verità,  il  luogo  dove  lui  lavorava.  E  questa,  pensò  con  un  senso  di  vaga ripugnanza, questa era Londra, la principale città di Pista Uno, a sua volta la terza provincia più popolosa dell’Oceania. Si sforzò di cavare dalla memoria qualche ricordo dell’infanzia che gli dicesse se Londra era sempre stata  così.  C’erano  sempre  state  queste  distese  di  case  ottocentesche  fatiscenti, con i fianchi sorretti da travi di legno, le finestre rattoppate col cartone,  i  tetti  ricoperti  da  fogli  di  lamiera  ondulata,  i  muri  dei  giardini  che  pericolavano, inclinandosi da tutte le parti? E le aree colpite dalle bombe, dove  la  polvere  d’intonaco  mulinava  nell’aria  e  le  erbacce  crescevano  disordinatamente sui mucchi delle macerie, e i posti dove le bombe avevano creato spazi più ampi, lasciando spuntare colonie di case di legno simili a tanti pollai? Ma era inutile, non riusciva a ricordare. Della sua infanzia non restava  che  una  serie  di  quadri  ben  distinti,  ma  per  la  gran  parte  incomprensibili e privi di uno sfondo contro cui stagliarsi. Il  Ministero  della  Verità  [Miniver,  in  neolingua]  differiva  in  maniera  sorprendente da qualsiasi altro oggetto che la vista potesse discernere.  Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco e abbagliante che s’innalzava,  terrazza  dopo  terrazza,  fino  all’altezza  di  trecento  metri.  Da  dove  si  trovava  Winston  era  possibile  leggere,  ben  stampati  sulla  bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA
Si  diceva  che  il  Ministero  della  Verità  contenesse  tremila  stanze  al  di  sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto. Sparsi qui e là per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni simili. Facevano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal tetto degli Appartamenti  Vittoria  li  si  poteva  vedere  tutti  e  quattro  simultaneamente.  Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i quali era distribuito l’intero apparato  governativo:  il  Ministero  della  Verità,  che  si  occupava dell’informazione, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pace, che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli  affari  economici.  In  neolingua  i  loro  nomi  erano  i  seguenti:  Miniver,  Minipax, Miniamor e Miniabb. Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era assolutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi era  impossibile,  se  non  per  motivi  ufficiali,  e  anche  allora  solo  dopo  aver  attraversato  grovigli  di  filo  spinato,  porte  d’acciaio  e  nidi  di  mitragliatrici  ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lunghi manganelli. Winston si girò di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno  ottimismo  che  era  consigliabile  mostrare  quando  ci  si  trovava  davanti al teleschermo.”
da 1984 di George Orwell

PROVERO’ A RILEGGERLO...
FORSE, QUESTA VOLTA, NON AVVERTIRO’ QUEL SENSO DI OPPRESSIONE, DI SOFFOCAMENTO, DI MORTE INTERIORE...

Daniela Zini


“Io ho fatto un viaggio intercontinentale, dopo 16-18 ore sono arrivato al Villaggio di Wuhan, poi ho dormito  tanto per la stanchezza e il jet lag ma è normale. Non ho avuto  sintomi influenzali, né febbre, né tosse particolare. Io ero nella  stessa camera di Matteo Tagliariol e non capisco perché sia uscito  tutto questo a mesi di distanza. Io non ho avuto nulla e la gara si è  svolta nel modo più normale possibile”. Sono le parole del campione di fioretto delle Fiamme Gialle, Valerio Aspromonte dopo quelle di Matteo Tagliariol che ha detto che ai Mondiali militari di  Wuhan in Cina si sono ammalati tutti, ipotizzando un possibile  contagio di Covid-19.
“Siamo stati 11 giorni dentro il Villaggio che era pulito e ordinato, atleti moribondi per il villaggio non ne ho visti, ho sempre mangiato nella mensa del Villaggio, era tutto nella  norma”, ha aggiunto Aspromonte.
“Nella camerata eravamo io e Matteo, poi Pizzo e Buzzi, Anfora e l’armiere e nessuno di loro ha avuto problemi con febbre e sintomi di altro tipo. Ripeto, da parte mia ho riposato di più del solito solo perché ero stanco. A me dispiace che escano certe cose a distanza di mesi. La mia famiglia e io siamo stati benissimo, nessuno di quelli che è stato intorno a me è stato male, tantomeno io”, ha  proseguito Aspromonte.
“Poi i tempi di incubazione del coronavirus  dicono che sia dai 5 ai 15 giorni, non puoi stare subito male quando  arrivi a meno che non lo hai preso prima di partire”, ha proseguito il campione azzurro che si sta allenando ancora a casa. “Io non sono mai uscito di casa. Ho fatto una quarantena vera. Ho  sempre fatto ginnastica con mio figlio. Ora ho iniziato un po’ di  attività all’esterno ma ancora non sono entrato in sala scherma,  stiamo aspettando le linee guida della Federazione per iniziare la  parte più tecnica. Con le Olimpiadi slittate e le gare che per i  prossimi 4-5 mesi non ci saranno, credo sia anche il caso di  aspettare, magari una settimana in più, per fare andare tutto per il  verso migliore. L’importante è ripartire e fare le cose senza  rifermarsi subito”, ha concluso Aspromonte [https://www.raisport.rai.it/articoli/2020/05/Aspromonte-Tagliariol-A-Wuhan-ero-in-camera-con-lui-ma-stavo-bene-82d76afc-d39d-4ea6-b88a-f7b8574335d0.html].

1 commento:

  1. E TORNIAMO AI GIOCHI MILITARI MONDIALI DI WUHAN!
    E QUALCUNO MI AVEVA ANCHE AVVERTITO CHE INCORREVO NEL REATO DI PROCURATO ALLARME...
    MA DA OTTOBRE, SI SVEGLIA, OGGI, A MAGGIO?
    ADESSO CHE LA FLOTTA AMERICANA È NEL PACIFICO?
    A PENSARE MALE È PECCATO, MA A VOLTE CI SI AZZECCA, DICEVA IL DIVO GIULIO...

    “Ai mondiali militari di Wuhan «Ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell'appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine». Così Matteo Tagliariol, uno dei campioni della scherma azzurra racconta quanto accaduto lo scorso ottobre e il possibile contatto col coronavirus già allora. «Ho avuto febbre e tosse per 3 settimane - dice lo spadista azzurro – e gli antibiotici non hanno fatto niente; poi è toccato a mio figlio e alla mia compagna. Non sono un medico, ma i sintomi sembrano quelli del covid-19»”
    Coronavirus, lo schermidore Tagliariol: “A Wuhan già ad ottobre ci siamo ammalati tutti con febbre e tosse”, La Stampa, 7 maggio 2020 [https://www.lastampa.it/sport/2020/05/07/news/coronavirus-lo-schermidore-tagliariol-a-wuhan-gia-ad-ottobre-ci-siamo-ammalati-tutti-con-febbre-e-tosse-1.38815524?fbclid=IwAR2hzsFzEz_tVRDs63rIBNl16iaGr4A8QzUBOK4hnLug7eAgnYghpnKj4sw].


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