La vida había de depararles todavía otras pruebas mortales, por supuesto, pero ya no importaba: estaban en la otra orilla. Gabriel García Márquez
sabato 30 maggio 2020
venerdì 29 maggio 2020
giovedì 28 maggio 2020
mercoledì 27 maggio 2020
martedì 26 maggio 2020
Germany: US troops arrive in Bavaria for "Defender Europe 2020" exercises
CE LE RICORDIAMO TUTTI QUESTE IMMAGINI?
ERANO GLI INIZI DI MARZO, IN
PIENA EPIDEMIA DA CORONAVIRUS, E I SOLDATI AMERICANI SBARCAVANO IN
GERMANIA PER L'OPERAZIONE DEFENDER EUROPE 2020.
COME SI PUO' NOTARE
NON PORTANO NE' GUANTI NE' MASCHERINE, MA QUESTO NON IMPEDISCE LORO DI
STRINGERE LE MANI E DI ABBRACCIARSI AMICHEVOLMENTE, INCURANTI DI
CONTAGIARSI...
IMMUNI O IMMUNIZZATI?
L'AMERICA AVEVA MESSO STOP AI VOLI DA E PER L'ITALIA...
E L'ITALIA, COME ALTRI PAESI DELL'EUROPA, AVEVA CHIUSO LE FRONTIERE.
NE VOGLIAMO PARLARE O VOGLIAMO CONTINUARE A FARE FINTA DI NULLA?
ERANO GLI INIZI DI MARZO, IN
PIENA EPIDEMIA DA CORONAVIRUS, E I SOLDATI AMERICANI SBARCAVANO IN
GERMANIA PER L'OPERAZIONE DEFENDER EUROPE 2020.
COME SI PUO' NOTARE
NON PORTANO NE' GUANTI NE' MASCHERINE, MA QUESTO NON IMPEDISCE LORO DI
STRINGERE LE MANI E DI ABBRACCIARSI AMICHEVOLMENTE, INCURANTI DI
CONTAGIARSI...
IMMUNI O IMMUNIZZATI?
L'AMERICA AVEVA MESSO STOP AI VOLI DA E PER L'ITALIA...
E L'ITALIA, COME ALTRI PAESI DELL'EUROPA, AVEVA CHIUSO LE FRONTIERE.
NE VOGLIAMO PARLARE O VOGLIAMO CONTINUARE A FARE FINTA DI NULLA?
«Toghe lucane bis» «Presentai io lo 007 a Cossidente»
«Toghe lucane bis» «Presentai io lo 007 a Cossidente»: di FABIO AMENDOLARA POTENZA - Era l’unico presente agli incontri tra l’ex agente del Sisde Nicheo Cervone e il boss pentito Tonino Cossidente. È il testimone chiave di quella relazione pericolosa e intricata che ha bruciato lo 007 (poi indagato nell’indagine di Catanzaro sui...
di Fabio Amendolara
POTENZA - Era l’unico
presente agli incontri tra l’ex agente del Sisde Nicheo Cervone e il
boss pentito Tonino Cossidente. È il testimone chiave di quella
relazione pericolosa e intricata che ha bruciato lo 007 (poi indagato
nell’indagine di Catanzaro sui dossier anonimi usati per colpire i
magistrati scomodi) e messo in pericolo l’ex boss dei basilischi. Il suo
verbale, che risale al 2004 ed è rimasto a lungo secretato, è tra i
documenti dell’inchiesta bis sulle toghe lucane. Giovanni Di Maio è un
appuntato dei carabinieri originario di Montecorvino Rovella, in
provincia di Salerno. Nel 2003 lavorava a Potenza, al reparto operativo
dei carabinieri. Fu lui a «consegnare» Cossidente a Cervone. Ecco
perché.
«A seguito di una operazione di polizia giudiziaria -
spiegò Di Maio ai magistrati della Procura generale di Potenza -
condotta dal comando di mia appartenenza dietro segnalazione del Sisde
che portò al rinvenimento e sequestro di numerose armi, ebbi modo di
conoscere Cervone. Lo incontrai di nuovo a Rapolla, in occasione
dell’omicidio di Domenico Petrilli. In quella circostanza scambiammo i
nostri recapiti cellulari». Fu Cervone a contattarlo per chiedergli di
verificare la disponibilità di Cossidente per un incontro. «Visto che -
si legge nel verbale di Di Maio - Cossidente rifiutava categoricamente
qualsiasi ipotesi di collaborazione con l’Arma e allo scopo di poter
comunque fare acquisire alla giustizia utili risultanze investigative,
decisi, così di sondare una tale eventualità». Cossidente, stando al
racconto del carabiniere, disse «che avrebbe voluto effettive prove
sull’appartenenza ai servizi segreti del suo interlocutore».
Cominciò
così la «collaborazione» tra Cossidente e il Sisde. «Ebbe sufficienti
rassicurazioni da Cervone - dice Di Maio - sul più completo anonimato e,
soprattutto, sul fatto che mai Cervone avrebbe trasmesso i suoi
rapporti direttamente a carabinieri, polizia e magistratura». In realtà
non andò proprio così. Le informative prodotte da Cervone furono inviate
dai suoi capi alla Procura e le parole di Cossidente finirono tra gli
atti dei processi e diventarono pubbliche. Lo 007 fu bruciato e uscì dal
vecchio servizio segreto civile. Chi decise di far saltare
quell’operazione? E perché? Cosa stava per raccontare Cossidente? La
questione non è mai stata completamente chiarita. Cossidente, diventato
collaboratore di giustizia, ha detto ai magistrati che Cervone gli fu
presentato come «avvocato cassazionista di Roma». E che gli «prospettò
un suo aiuto nei processi in cambio di notizie». Nel verbale
dell’appuntato Di Maio non c’è nessun riferimento ad «aiutini» in cambio
di informazioni sulla criminalità organizzata. La sua testimonianza,
però, aggiunge tasselli importanti alla fase iniziale della
collaborazione di Cossidente con il Sisde.
lunedì 25 maggio 2020
sabato 23 maggio 2020
Report parla chiaro l'OMS è interamente nelle mani di un privato Bill G...
DELLA SERIE C'È ARRIVATO ANCHE LUI!
SOLO FACEBOOK IL CENSORE E LA POLITICA ITALIANA CREDONO ANCORA AL PIFFERAIO MAGICO...
E VORREBBERO CHE CI CREDESSIMO ANCHE NOI!
venerdì 22 maggio 2020
La Sinistra Che Fa La Sinistra: Basilicata, i droga-party che imbarazzano il Pd
La Sinistra Che Fa La Sinistra: Basilicata, i droga-party che imbarazzano il Pd: Pubblichiamo l'articolo del giornale che ha fatto incazzare il segretario Regionale del PD Roberto Speranza , tanto da querelararli. di...
giovedì 21 maggio 2020
Intrecci sospetti con l’impresa Basentini
Intrecci sospetti con l’impresa Basentini
Intrecci sospetti con l’impresa Basentini
I lavori per il boss: parla il geometra della ditta che stava costruendo la villa in campagna di Martorano
| 13 SET. 2009 14:28 | 0
Tempo di lettura 5 Minuti
di FABIO AMENDOLARA
POTENZA – Con sua moglie si lascia scappare: «Se… se esce… stavolta, se esce, guaglio’, è amara. Amara, amara, amara». Sta parlando del boss Renato Martorano, indicato dagli investigatori come il massimo esponente della ’ndrangheta in Basilicata. Francesco Bonelli, 39 anni, geometra, ha appena appreso la notizia dell’arresto di Martorano. E’ il 12 maggio del 2008. Mancano otto giorni al suo interrogatorio in procura. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale gli hanno appena nascosto in macchina un paio di microspie. Sospettano che l’impresa di costruzioni per cui lavora subisca, in qualche modo, il controllo del boss.
Il geometra commenta: «Se Giovanni avesse detto di no a più di qualcuno, a quest’ora saremmo stati tutti quanti più tranquilli, hai capito?». Quel «Giovanni» è Giovanni Basentini, di professione costruttore. Lavora in subappalto al nodo complesso del Gallitello e, sempre a Potenza, ha uno strano cantiere in contrada Marrucaro.
Un cantiere frequentato troppo spesso, fino al giorno del suo arresto, dal boss Renato Martorano. «Risulta tangibile – secondo gli investigatori – il pieno e paritario coinvolgimento di Giovanni Basentini e Francesco Bonelli nel garantire a Martorano quel necessario apporto volto a tutelare gli interessi patrimoniali illecitamente acquisiti».
«Dottore – conferma Bonelli al sostituto procuratore antimafia Francesco Basentini, nel corso del suo interrogatorio – l’impresa Basentini siamo io e Giovanni Basentini». Perché, spiega, «Giovanni sta facendo anziano» e lui, da un po’ di tempo, gli sta più vicino. «Sono 20 anni che lavoro con Giovanni – dice Bonelli – quindi… credo che è come se mi avesse cresciuto».
Per gli investigatori «è il referente per tutte le attività connesse all’esercizio dell’impresa, comprese quelle di natura illecita».
Lui, durante l’interrogatorio, cerca di schivare i colpi. Con Francesco Basentini c’è anche il pm Henry John Woodcock, perché, a un certo punto, l’inchiesta sul clan Martorano s’intreccia con la pubblica amministrazione, settore su cui indagava il magistrato anglonapoletano. La prima domanda è questa: «Signor Bonelli, dopo l’esperienza dell’inchiesta “Iena due”, con l’arresto in carcere, Giovanni Basentini avrebbe dovuto, almeno, non so, stare un po’ alla larga da Martorano. Ora lo ritroviamo, invece, addirittura a vendergli una casa». Bonelli: «Che non paga». E il pm: «…che non paga neanche. La prima cosa che ci dobbiamo chiedere è perché…». Bonelli: «E no, scusate, mi permettete un attimo… cioè, che non paga mica possiamo dirlo». Il pm incalza: «E no, signor Bonelli, mi perdoni, non ci dobbiamo prendere per fessi…». Bonelli: «Assolutamente non è mia…». In procura l’aria è pesante. Bonelli chiede: «Mica posso fumare?». Il pm glielo concede. Le domande sono sempre più dirette.
Pm: «Ma gli amici di Martorano, i fedeli, persone come Dorino Stefanutti, Albano Pio… eccetera, eccetera… venivano qualche volta sui cantieri?». La risposta è secca: «No». Pm: «E quindi lei come lo sa che sono vicini a Martorano?». Bonelli: «Li ho visti spesso insieme… magari ci siamo fermati. Ci siamo pure salutati». E i colletti bianchi? Ecco la domanda: «Mi faccia capire un po’… professionisti, come dire, amici e vicini a Martorano lei ne conosce?». Bonelli: «Non ho capito la domanda». Il pm: «Professionisti, consulenti, politici, qualcuno che, in un modo o nell’altro, secondo lei…». Bonelli: «E’ stato Martorano a chiedere a me, una volta, di indicargli una persona per poter risolvere il problema della successione e io gli ho dato il nome di un mio amico». Pm: «Che fa l’avvocato?». Bonelli: «No, no, no. Fa l’architetto». E il pm arriva al dunque: «Signor Bonelli, ma il grado di influenza che ha Martorano sull’impresa Basentini qual è? Parliamoci in modo molto semplice, perché altrimenti giriamo intorno alla cosa. Cioè, Martorano quanto è in grado di condizionare l’impresa Basentini e il suo titolare?». Bonelli: «Ma io questo non glielo so dire». La situazione precipita. Il pm: «Questo non ce la sa dire, ma lei lo capisce che, lei, anche dal punto di vista processuale ha un ruolo delicato?». Bonelli: «Ma io, più di quello che vi sto dicendo, che vi devo dire?». Pm: «Ho capito… è il ruolo di chi sta sulla staccionata, che sta…». Bonelli: «Ho capito, ma posso cadere da una parte o dall’altra». Il pm conferma: «Da una parte o dall’altra». Bonelli. «Ho capito che la mia situazione può essere pericolosa». I magistrati credono che stia per crollare. Chiedono: «La domanda è questa. Qual è il grado di influenza di Martorano sull’impresa Basentini? Lo dica nel suo interesse». Bonelli: «Ma dotto’, ripeto, io non posso dire… come uomo… io non posso dire che Martorano è mai venuto a intimidire o è venuto… eccetera… anzi… c’era un rapporto con questa persona che mi potevo anche permettere di dire se… se mi avesse detto vai ad innaffiare le piante, io gli dicevo vacci tu. Quindi, alla fine…». Pm: «Ma stiamo parlando di Basentini, però…». Bonelli: «Davanti alla mia persona non è mai successo». Poi i magistrati passano ai pregiudicati: «Saverio Riviezzi è un personaggio conosciuto da Giovanni Basentini?». Bonelli: «Sì, però… io l’ho sentito nominare, ma non ho presente…». Pm: «Antonio Cossidente lo conosce?». Bonelli: «Sì». Pm: «Certo che però li conosce tutti lei… ». Cossidente è un altro boss. E’ considerato il capo della ’ndrina (così in Calabria chiamano le famiglie) di Potenza. Da un po’ di tempo si è trasferito a Nola. Bonelli spiega come l’ha conosciuto. Racconta una vecchia storia. «Ci fu una rissa. Picchiarono il figlio di Basentini». E lui si mise in mezzo. Le prese di santa ragione. I picchiatori erano uomini di Cossidente. Il chiarimento avviene il giorno dopo. Cossidente convoca Bonelli e Basentini in un bar e chiede scusa: «Hanno sbagliato, vi chiedo scusa a nome loro», avrebbe detto il boss. E’ l’ultima domanda. I sospetti su quelle che i magistrati chiamano «operazioni di ripulitura del denaro di Martorano» al momento, però, restano.
Intrecci sospetti con l’impresa Basentini
I lavori per il boss: parla il geometra della ditta che stava costruendo la villa in campagna di Martorano
| 13 SET. 2009 14:28 | 0
Tempo di lettura 5 Minuti
di FABIO AMENDOLARA
POTENZA – Con sua moglie si lascia scappare: «Se… se esce… stavolta, se esce, guaglio’, è amara. Amara, amara, amara». Sta parlando del boss Renato Martorano, indicato dagli investigatori come il massimo esponente della ’ndrangheta in Basilicata. Francesco Bonelli, 39 anni, geometra, ha appena appreso la notizia dell’arresto di Martorano. E’ il 12 maggio del 2008. Mancano otto giorni al suo interrogatorio in procura. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale gli hanno appena nascosto in macchina un paio di microspie. Sospettano che l’impresa di costruzioni per cui lavora subisca, in qualche modo, il controllo del boss.
Il geometra commenta: «Se Giovanni avesse detto di no a più di qualcuno, a quest’ora saremmo stati tutti quanti più tranquilli, hai capito?». Quel «Giovanni» è Giovanni Basentini, di professione costruttore. Lavora in subappalto al nodo complesso del Gallitello e, sempre a Potenza, ha uno strano cantiere in contrada Marrucaro.
Un cantiere frequentato troppo spesso, fino al giorno del suo arresto, dal boss Renato Martorano. «Risulta tangibile – secondo gli investigatori – il pieno e paritario coinvolgimento di Giovanni Basentini e Francesco Bonelli nel garantire a Martorano quel necessario apporto volto a tutelare gli interessi patrimoniali illecitamente acquisiti».
«Dottore – conferma Bonelli al sostituto procuratore antimafia Francesco Basentini, nel corso del suo interrogatorio – l’impresa Basentini siamo io e Giovanni Basentini». Perché, spiega, «Giovanni sta facendo anziano» e lui, da un po’ di tempo, gli sta più vicino. «Sono 20 anni che lavoro con Giovanni – dice Bonelli – quindi… credo che è come se mi avesse cresciuto».
Per gli investigatori «è il referente per tutte le attività connesse all’esercizio dell’impresa, comprese quelle di natura illecita».
Lui, durante l’interrogatorio, cerca di schivare i colpi. Con Francesco Basentini c’è anche il pm Henry John Woodcock, perché, a un certo punto, l’inchiesta sul clan Martorano s’intreccia con la pubblica amministrazione, settore su cui indagava il magistrato anglonapoletano. La prima domanda è questa: «Signor Bonelli, dopo l’esperienza dell’inchiesta “Iena due”, con l’arresto in carcere, Giovanni Basentini avrebbe dovuto, almeno, non so, stare un po’ alla larga da Martorano. Ora lo ritroviamo, invece, addirittura a vendergli una casa». Bonelli: «Che non paga». E il pm: «…che non paga neanche. La prima cosa che ci dobbiamo chiedere è perché…». Bonelli: «E no, scusate, mi permettete un attimo… cioè, che non paga mica possiamo dirlo». Il pm incalza: «E no, signor Bonelli, mi perdoni, non ci dobbiamo prendere per fessi…». Bonelli: «Assolutamente non è mia…». In procura l’aria è pesante. Bonelli chiede: «Mica posso fumare?». Il pm glielo concede. Le domande sono sempre più dirette.
Pm: «Ma gli amici di Martorano, i fedeli, persone come Dorino Stefanutti, Albano Pio… eccetera, eccetera… venivano qualche volta sui cantieri?». La risposta è secca: «No». Pm: «E quindi lei come lo sa che sono vicini a Martorano?». Bonelli: «Li ho visti spesso insieme… magari ci siamo fermati. Ci siamo pure salutati». E i colletti bianchi? Ecco la domanda: «Mi faccia capire un po’… professionisti, come dire, amici e vicini a Martorano lei ne conosce?». Bonelli: «Non ho capito la domanda». Il pm: «Professionisti, consulenti, politici, qualcuno che, in un modo o nell’altro, secondo lei…». Bonelli: «E’ stato Martorano a chiedere a me, una volta, di indicargli una persona per poter risolvere il problema della successione e io gli ho dato il nome di un mio amico». Pm: «Che fa l’avvocato?». Bonelli: «No, no, no. Fa l’architetto». E il pm arriva al dunque: «Signor Bonelli, ma il grado di influenza che ha Martorano sull’impresa Basentini qual è? Parliamoci in modo molto semplice, perché altrimenti giriamo intorno alla cosa. Cioè, Martorano quanto è in grado di condizionare l’impresa Basentini e il suo titolare?». Bonelli: «Ma io questo non glielo so dire». La situazione precipita. Il pm: «Questo non ce la sa dire, ma lei lo capisce che, lei, anche dal punto di vista processuale ha un ruolo delicato?». Bonelli: «Ma io, più di quello che vi sto dicendo, che vi devo dire?». Pm: «Ho capito… è il ruolo di chi sta sulla staccionata, che sta…». Bonelli: «Ho capito, ma posso cadere da una parte o dall’altra». Il pm conferma: «Da una parte o dall’altra». Bonelli. «Ho capito che la mia situazione può essere pericolosa». I magistrati credono che stia per crollare. Chiedono: «La domanda è questa. Qual è il grado di influenza di Martorano sull’impresa Basentini? Lo dica nel suo interesse». Bonelli: «Ma dotto’, ripeto, io non posso dire… come uomo… io non posso dire che Martorano è mai venuto a intimidire o è venuto… eccetera… anzi… c’era un rapporto con questa persona che mi potevo anche permettere di dire se… se mi avesse detto vai ad innaffiare le piante, io gli dicevo vacci tu. Quindi, alla fine…». Pm: «Ma stiamo parlando di Basentini, però…». Bonelli: «Davanti alla mia persona non è mai successo». Poi i magistrati passano ai pregiudicati: «Saverio Riviezzi è un personaggio conosciuto da Giovanni Basentini?». Bonelli: «Sì, però… io l’ho sentito nominare, ma non ho presente…». Pm: «Antonio Cossidente lo conosce?». Bonelli: «Sì». Pm: «Certo che però li conosce tutti lei… ». Cossidente è un altro boss. E’ considerato il capo della ’ndrina (così in Calabria chiamano le famiglie) di Potenza. Da un po’ di tempo si è trasferito a Nola. Bonelli spiega come l’ha conosciuto. Racconta una vecchia storia. «Ci fu una rissa. Picchiarono il figlio di Basentini». E lui si mise in mezzo. Le prese di santa ragione. I picchiatori erano uomini di Cossidente. Il chiarimento avviene il giorno dopo. Cossidente convoca Bonelli e Basentini in un bar e chiede scusa: «Hanno sbagliato, vi chiedo scusa a nome loro», avrebbe detto il boss. E’ l’ultima domanda. I sospetti su quelle che i magistrati chiamano «operazioni di ripulitura del denaro di Martorano» al momento, però, restano.
mercoledì 20 maggio 2020
Intrecci sospetti con l’impresa Basentini
POTENZA – Con sua moglie si lascia scappare: «Se… se esce… stavolta, se esce, guaglio’, è amara. Amara, amara, amara». Sta parlando del boss Renato Martorano, indicato dagli investigatori come il massimo esponente della ’ndrangheta in Basilicata. Francesco Bonelli, 39 anni, geometra, ha appena appreso la notizia dell’arresto di Martorano. E’ il 12 maggio del 2008. Mancano otto giorni al suo interrogatorio in procura. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale gli hanno appena nascosto in macchina un paio di microspie. Sospettano che l’impresa di costruzioni per cui lavora subisca, in qualche modo, il controllo del boss.
Il geometra commenta: «Se Giovanni avesse detto di no a più di qualcuno, a quest’ora saremmo stati tutti quanti più tranquilli, hai capito?». Quel «Giovanni» è Giovanni Basentini, di professione costruttore. Lavora in subappalto al nodo complesso del Gallitello e, sempre a Potenza, ha uno strano cantiere in contrada Marrucaro.
Un cantiere frequentato troppo spesso, fino al giorno del suo arresto, dal boss Renato Martorano. «Risulta tangibile – secondo gli investigatori – il pieno e paritario coinvolgimento di Giovanni Basentini e Francesco Bonelli nel garantire a Martorano quel necessario apporto volto a tutelare gli interessi patrimoniali illecitamente acquisiti».
«Dottore – conferma Bonelli al sostituto procuratore antimafia Francesco Basentini, nel corso del suo interrogatorio – l’impresa Basentini siamo io e Giovanni Basentini». Perché, spiega, «Giovanni sta facendo anziano» e lui, da un po’ di tempo, gli sta più vicino. «Sono 20 anni che lavoro con Giovanni – dice Bonelli – quindi… credo che è come se mi avesse cresciuto».
Per gli investigatori «è il referente per tutte le attività connesse all’esercizio dell’impresa, comprese quelle di natura illecita».
Lui, durante l’interrogatorio, cerca di schivare i colpi. Con Francesco Basentini c’è anche il pm Henry John Woodcock, perché, a un certo punto, l’inchiesta sul clan Martorano s’intreccia con la pubblica amministrazione, settore su cui indagava il magistrato anglonapoletano. La prima domanda è questa: «Signor Bonelli, dopo l’esperienza dell’inchiesta “Iena due”, con l’arresto in carcere, Giovanni Basentini avrebbe dovuto, almeno, non so, stare un po’ alla larga da Martorano. Ora lo ritroviamo, invece, addirittura a vendergli una casa». Bonelli: «Che non paga». E il pm: «…che non paga neanche. La prima cosa che ci dobbiamo chiedere è perché…». Bonelli: «E no, scusate, mi permettete un attimo… cioè, che non paga mica possiamo dirlo». Il pm incalza: «E no, signor Bonelli, mi perdoni, non ci dobbiamo prendere per fessi…». Bonelli: «Assolutamente non è mia…». In procura l’aria è pesante. Bonelli chiede: «Mica posso fumare?». Il pm glielo concede. Le domande sono sempre più dirette.
Pm: «Ma gli amici di Martorano, i fedeli, persone come Dorino Stefanutti, Albano Pio… eccetera, eccetera… venivano qualche volta sui cantieri?». La risposta è secca: «No». Pm: «E quindi lei come lo sa che sono vicini a Martorano?». Bonelli: «Li ho visti spesso insieme… magari ci siamo fermati. Ci siamo pure salutati». E i colletti bianchi? Ecco la domanda: «Mi faccia capire un po’… professionisti, come dire, amici e vicini a Martorano lei ne conosce?». Bonelli: «Non ho capito la domanda». Il pm: «Professionisti, consulenti, politici, qualcuno che, in un modo o nell’altro, secondo lei…». Bonelli: «E’ stato Martorano a chiedere a me, una volta, di indicargli una persona per poter risolvere il problema della successione e io gli ho dato il nome di un mio amico». Pm: «Che fa l’avvocato?». Bonelli: «No, no, no. Fa l’architetto». E il pm arriva al dunque: «Signor Bonelli, ma il grado di influenza che ha Martorano sull’impresa Basentini qual è? Parliamoci in modo molto semplice, perché altrimenti giriamo intorno alla cosa. Cioè, Martorano quanto è in grado di condizionare l’impresa Basentini e il suo titolare?». Bonelli: «Ma io questo non glielo so dire». La situazione precipita. Il pm: «Questo non ce la sa dire, ma lei lo capisce che, lei, anche dal punto di vista processuale ha un ruolo delicato?». Bonelli: «Ma io, più di quello che vi sto dicendo, che vi devo dire?». Pm: «Ho capito… è il ruolo di chi sta sulla staccionata, che sta…». Bonelli: «Ho capito, ma posso cadere da una parte o dall’altra». Il pm conferma: «Da una parte o dall’altra». Bonelli. «Ho capito che la mia situazione può essere pericolosa». I magistrati credono che stia per crollare. Chiedono: «La domanda è questa. Qual è il grado di influenza di Martorano sull’impresa Basentini? Lo dica nel suo interesse». Bonelli: «Ma dotto’, ripeto, io non posso dire… come uomo… io non posso dire che Martorano è mai venuto a intimidire o è venuto… eccetera… anzi… c’era un rapporto con questa persona che mi potevo anche permettere di dire se… se mi avesse detto vai ad innaffiare le piante, io gli dicevo vacci tu. Quindi, alla fine…». Pm: «Ma stiamo parlando di Basentini, però…». Bonelli: «Davanti alla mia persona non è mai successo». Poi i magistrati passano ai pregiudicati: «Saverio Riviezzi è un personaggio conosciuto da Giovanni Basentini?». Bonelli: «Sì, però… io l’ho sentito nominare, ma non ho presente…». Pm: «Antonio Cossidente lo conosce?». Bonelli: «Sì». Pm: «Certo che però li conosce tutti lei… ». Cossidente è un altro boss. E’ considerato il capo della ’ndrina (così in Calabria chiamano le famiglie) di Potenza. Da un po’ di tempo si è trasferito a Nola. Bonelli spiega come l’ha conosciuto. Racconta una vecchia storia. «Ci fu una rissa. Picchiarono il figlio di Basentini». E lui si mise in mezzo. Le prese di santa ragione. I picchiatori erano uomini di Cossidente. Il chiarimento avviene il giorno dopo. Cossidente convoca Bonelli e Basentini in un bar e chiede scusa: «Hanno sbagliato, vi chiedo scusa a nome loro», avrebbe detto il boss. E’ l’ultima domanda. I sospetti su quelle che i magistrati chiamano «operazioni di ripulitura del denaro di Martorano» al momento, però, restano.
https://www.quotidianodelsud.it/archivio/benevento/2009/09/13/intrecci-sospetti-con-limpresa-basentini/?cli_action=1590034150.197
martedì 19 maggio 2020
domenica 17 maggio 2020
sabato 16 maggio 2020
venerdì 15 maggio 2020
domenica 10 maggio 2020
SE IO FOSSI STATA AL POSTO DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA… di Daniela Zini
SE IO FOSSI STATA AL POSTO DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA…
POSSO DIRE COME MI SAREI COMPORTATA IO AL
POSTO DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, ANCHE SE SONO L’ULTIMA RUOTA DEL CARRO?
L’HANNO FATTO TUTTI, LO FACCIO ANCHE IO!
SE FOSSI STATA IO AL POSTO DEL MINISTRO
DELLA GIUSTIZIA E AVESSI OPTATO, DA SUBITO, PER UN CERTO MAGISTRATO AL DAP E MI
FOSSERO GIUNTE ALL’ORECCHIO VOCI CHE LA POSSIBILE NOMINA DI ANTONINO DI MATTEO
AVREBBE PREOCCUPATO E NON POCO LA MAFIA, SAREI VENUTA MENO ALL’IMPEGNO CON IL
MAGISTRATO DI MIA FIDUCIA E AVREI NOMINATO, SEDUTA STANTE, ANTONINO DI MATTEO
AL DAP.
E NON SOLO PER EVITARE CHE NESSUNO POTESSE NEPPURE
LONTAMENTE PENSARE CHE IO AVESSI VOLUTO NON SCONTENTARE QUALCUNO, MA PER
MANDARE UN MESSAGGIO FORTE E CHIARO ALLA MAFIA CON LA NOMINA DI ANTONINO DI
MATTEO AL DAP.
MIO NONNO DICEVA CHE UNA CERTA COSA PIU’ LA
GIRI E PIU’ PUZZA E, POICHE’ CON QUELLA CERTA COSA PEPPINO IMPASTATO DEFINIVA
LA MAFIA, SAREBBE ORA CHE GLI ITALIANI NON FOSSERO PIU’ TRATTATI NE’ DA MINORI
NE’ DA MINORATI.
E QUESTO E’ TUTTO.
BUONA DOMENICA A TUTTI.
Daniela Zini
DEJA VU! di Daniela Zini
DEJA VU!
LA STORIA SI E’ RIPETUTA A DISTANZA DI 18 ANNI!
IL DOTTOR ANTONINO DI MATTEO HA FATTO BENE A UTILIZZARE “Non è l’Arena”, DAL MOMENTO CHE L’AGORA’ CI VIENE NEGATA E NON SOLO PER L’EMERGENZA SANITARIA DA CORONAVIRUS.
IO STO CON IL DOTTOR ANTONINO DI MATTEO!
IL DOTTOR ANTONINO DI MATTEO HA FATTO BENE A UTILIZZARE “Non è l’Arena”, DAL MOMENTO CHE L’AGORA’ CI VIENE NEGATA E NON SOLO PER L’EMERGENZA SANITARIA DA CORONAVIRUS.
IO STO CON IL DOTTOR ANTONINO DI MATTEO!
Il 20 aprile 2018, dopo ben cinque giorni di camera di consiglio, la
Corte di Assise di Palermo condanna gli imputati:
-
Leoluca Biagio Bagarella [28 anni],
-
Antonino Cinà [12 anni],
-
Marcello Dell’Utri [12 anni],
-
Mario Mori [12 anni],
-
Antonio Subranni [12 anni],
-
Giuseppe De Donno [8 anni],
-
Massimo Ciancimino [8 anni].
Assolto l’ex-ministro Nicola Mancino, al quale veniva contestato il
reato di falsa testimonianza.
Nella sentenza – di ben 5.252 pagine – i giudici scrivono che “l’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione
del dottore Borsellino” fu determinata “dai
segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla
tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti a Salvatore
Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente
precedente la strage di via D’Amelio”.
Nel capo di imputazione, tra le altre condotte, si contesta agli
imputati, a vario titolo, il reato di cui all’articolo 338 c.p. [aggravato ex
articolo 339 c.p. ed ex articolo 7 d.l. 152/91] perché, per turbare la regolare
attività di corpi politici dello Stato italiano e, in particolare, il Governo
della Repubblica, usavano minaccia – consistita nel prospettare l’organizzazione
e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti [alcuni dei quali
connessi e realizzati] ai danni di esponenti politici e delle istituzioni – a
rappresentanti di detto corpo politico, per impedirne o comunque turbarne l’attività
[fatti commessi a Roma, Palermo e altrove a partire dal 1992].
Diciannove giorni dopo, esattamente il 9 maggio, ad Antonio Ingroia
arriva una lettera del prefetto di Palermo. Con un linguaggio burocratico gli
comunica che, d’intesa con il prefetto di Roma, l’UCIS – Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale – ha
valutato che non esiste più per lui una “concreta
e attuale esposizione a pericoli o minacce”, dunque gli viene revocata la
protezione.
Il 16 maggio, Ingroia scrive all’allora ministro dell’Interno del Governo Gentiloni, Marco Minniti, e al capo della Polizia, Franco Gabrielli.
Il 16 maggio, Ingroia scrive all’allora ministro dell’Interno del Governo Gentiloni, Marco Minniti, e al capo della Polizia, Franco Gabrielli.
Il ministro uscente Marco Minniti passa la palla al capo della
polizia e al nuovo governo Conte.
Il caso, reso noto nel corso di una manifestazione pubblica a
Milano, dal sostituto procuratore nazionale antimafia, Antonino Di Matteo esplode
e, a livello nazionale, si accende un dibattito forte anche per le parole pronunciate
dal neo-ministro dell’interno Matteo Salvini sulla necessità di verificare la
necessità di protezione per lo scrittore Roberto Saviano.
“Ci sono personaggi
della politica che restano sotto scorta”,
ricorda Antonino Di Matteo,
“e alcuni da anni non
hanno più alcun ruolo pubblico. Ingroia invece è lasciato senza protezione.”
I nomi non li fa, ma non sono difficili da ricostruire: Maria Elena
Boschi, Massimo D’Alema, Nichi Vendola e tanti altri girano protetti. Antonio
Ingroia, colui che ha dato il via alle indagini sui rapporti incestuosi tra
mafia e Stato, è invece lasciato solo...
DEVO CONTINUARE?
J’EN AI VRAIMENT PLEIN LE CUL!
OGNUNO HA AVUTO QUELLO CHE VOLEVA: IL CORONAVIRUS SE NE VA E ARRIVA IL MES...
IO HO INTENZIONE DI PRENDERMI QUELLO CHE MI APPARTIENE...
LA MIA VITA...
OGNUNO HA AVUTO QUELLO CHE VOLEVA: IL CORONAVIRUS SE NE VA E ARRIVA IL MES...
IO HO INTENZIONE DI PRENDERMI QUELLO CHE MI APPARTIENE...
LA MIA VITA...
MAKTUB!
E AFFANCULO TUTTO E TUTTI...
E AFFANCULO TUTTO E TUTTI...
Daniela Zini
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