domenica 10 maggio 2020

DEJA VU! di Daniela Zini


DEJA VU!


LA STORIA SI E’ RIPETUTA A DISTANZA DI 18 ANNI!
IL DOTTOR ANTONINO DI MATTEO HA FATTO BENE A UTILIZZARE “Non è l’Arena”, DAL MOMENTO CHE L’AGORA’ CI VIENE NEGATA E NON SOLO PER L’EMERGENZA SANITARIA DA CORONAVIRUS.
IO STO CON IL DOTTOR ANTONINO DI MATTEO!

Il 20 aprile 2018, dopo ben cinque giorni di camera di consiglio, la Corte di Assise di Palermo condanna gli imputati:
-     Leoluca Biagio Bagarella [28 anni],
-     Antonino Cinà [12 anni],
-     Marcello Dell’Utri [12 anni],
-     Mario Mori [12 anni],
-     Antonio Subranni [12 anni],
-     Giuseppe De Donno [8 anni],
-     Massimo Ciancimino [8 anni].
Assolto l’ex-ministro Nicola Mancino, al quale veniva contestato il reato di falsa testimonianza.
Nella sentenza – di ben 5.252 pagine – i giudici scrivono che “l’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino” fu determinata “dai segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D’Amelio”.
Nel capo di imputazione, tra le altre condotte, si contesta agli imputati, a vario titolo, il reato di cui all’articolo 338 c.p. [aggravato ex articolo 339 c.p. ed ex articolo 7 d.l. 152/91] perché, per turbare la regolare attività di corpi politici dello Stato italiano e, in particolare, il Governo della Repubblica, usavano minaccia – consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti [alcuni dei quali connessi e realizzati] ai danni di esponenti politici e delle istituzioni – a rappresentanti di detto corpo politico, per impedirne o comunque turbarne l’attività [fatti commessi a Roma, Palermo e altrove a partire dal 1992].


Diciannove giorni dopo, esattamente il 9 maggio, ad Antonio Ingroia arriva una lettera del prefetto di Palermo. Con un linguaggio burocratico gli comunica che, d’intesa con il prefetto di Roma, l’UCIS – Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale – ha valutato che non esiste più per lui una “concreta e attuale esposizione a pericoli o minacce”, dunque gli viene revocata la protezione.
Il 16 maggio, Ingroia scrive all’allora ministro dell’Interno del Governo Gentiloni, Marco Minniti, e al capo della Polizia, Franco Gabrielli.
Il ministro uscente Marco Minniti passa la palla al capo della polizia e al nuovo governo Conte.
Il caso, reso noto nel corso di una manifestazione pubblica a Milano, dal sostituto procuratore nazionale antimafia, Antonino Di Matteo esplode e, a livello nazionale, si accende un dibattito forte anche per le parole pronunciate dal neo-ministro dell’interno Matteo Salvini sulla necessità di verificare la necessità di protezione per lo scrittore Roberto Saviano.

“Ci sono personaggi della politica che restano sotto scorta”,

ricorda Antonino Di Matteo,

“e alcuni da anni non hanno più alcun ruolo pubblico. Ingroia invece è lasciato senza protezione.”

I nomi non li fa, ma non sono difficili da ricostruire: Maria Elena Boschi, Massimo D’Alema, Nichi Vendola e tanti altri girano protetti. Antonio Ingroia, colui che ha dato il via alle indagini sui rapporti incestuosi tra mafia e Stato, è invece lasciato solo...

DEVO CONTINUARE?
J’EN AI VRAIMENT PLEIN LE CUL!
OGNUNO HA AVUTO QUELLO CHE VOLEVA: IL CORONAVIRUS SE NE VA E ARRIVA IL MES...
IO HO INTENZIONE DI PRENDERMI QUELLO CHE MI APPARTIENE...
LA MIA VITA...
MAKTUB!
E AFFANCULO TUTTO E TUTTI...

Daniela Zini

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