IO VI SPENGO PRIMA CHE
VOI SPEGNIATE ME!
CE LE AVETE FATTE
LIOFIZZATE SOLUBILI IN ACQUA.
NON BASTANO POLITICI,
ESPERTI E COSIDDETTI DIVULGATORI DELL’INFORMAZIONE CON LE LORO DIATRIBE
PERSONALI DA PRIME DONNE AD AVERCI AVVELENATO LA VITA IN QUESTI 4 MESI...
MANCAVANO I MILITARI
ATLETI CHE HANNO PARTECIPATO, DAL 18 AL 27 OTTOBRE 2019, AI GIOCHI MONDIALI
MILITARI A WUHAN A INTORBIDARE LE ACQUE...
COME SE NON FOSSERO
PIU’ CHE TORBIDE COSI’ COME SONO E NON CERTO PER COLPA DEGLI ITALIANI CHE SI
SONO BEVUTI, POVERI CRISTI, TUTTO QUELLO CHE E’ STATO PROPINATO LORO...
ANCHE DELLA NECESSITA’
DI METTERE IN LIBERTA’ MAFIOSI AL 41 BIS E DELINQUENTI ABITUALI, MENTRE
VIGEVANO NORME RESTRITTIVE ALLA CIRCOLAZIONE SUL TERRITORIO NAZIONALE.
IO VI HO SPENTO PERCHE’
NON HO NESSUNA INTENZIONE DI FARMI SPEGNERE DA VOI.
NON VOGLIO PIU’
SENTIRE IL RUMORE ASSORDANTE CHE AVETE FATTO NELLA MIA VITA, CHE E’ MIA, E
NESSUNO PIU’ DI ME L’HA CARA, IN QUESTI 4 MESI.
1984 DI GEORGE ORWELL
E’ L’UNICO LIBRO CHE NON SIA RIUSCITA A FINIRE DI LEGGERE IN TUTTA LA MIA VITA,
PERCHE’ A OGNI PAGINA SENTIVO CRESCERE DENTRO DI ME UN SENSO DI OPPRESSIONE, DI
SOFFOCAMENTO, DI MORTE INTERIORE...
MA LA REALTA’ RIESCE A
SUPERARE LA FANTASIA, A VOLTE!
NOI VIVIAMO IN UNA
SOCIETA’ NELLA QUALE IL POPOLO E’ LETTERALMENTE SCHIACCIATO DALLA ECONOMIA,
DALLA POLITICA, DAI MEDIA E ACCETTA PASSIVAMENTE IL DEGRADO, LE VESSAZIONI, LA
SCOMPARSA DEI VALORI E DELL’ETICA, CHE DERIVANO DA QUESTO CONTINUO SUBIRE, IN
SILENZIO, SENZA MAI REAGIRE.
IL PRINCIPIO DELLA
RANA BOLLITA E’ UN PRINCIPIO METAFORICO RACCONTATO DA NOAM CHOMSKY, PER ESCRIVERE
UNA PESSIMA CAPACITA’ DELL’UOMO MODERNO A ADATTARSI A SITUAZIONI SPIACEVOLI E
DELETERIE SENZA REAGIRE, SE NON QUANDO, ORAMAI, E’ TROPPO TARDI.
QUANDO ORWELL SCRISSE
1984 SI PROFILAVANO 2 TOTALITARISMI: IL COMUNISMO E I CAPITALISMO. LO SCRITTORE
IMMAGINO’ L’AFFERMAZIONE DEL COMUNISMO E, QUINDI, INSERI’ LA SUA STORIA NEL
GRIGIORE DI UN REGIME SOVIETIZZATO.
NELLA REALTA’, HA
PREVALSO L’ALTRO TOTALITARISMO E AL POSTO DEI GRIGI ABITI TUTTI EGUALI, VIENE
SFOGGIATO LO SGARGIANTE ABBIGLIAMENTO CONSUMISTICO; AL POSTO DELLO SCADENTE GIN
VITTORIA VI SONO SPINELLI, PASTICCHE, EROINA, COCAINA...
PER IL RESTO TUTTO
COME PREVISTO...
SOLO QUALCHE
DISCORDANZA DI ORDINE ESTETICO, DEL TUTTO ININFLUENTE.
“Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi
battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare
le terribili raffiche
di vento col mento affondato nel petto, scivolò in
fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in
fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con
lui. L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini.
A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per
poter essere messo
all’interno. Vi era
raffigurato solo un
volto enorme, grande
più di un
metro, il volto
di un uomo
di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e
lineamenti severi ma belli. Winston si diresse verso le scale. Tentare con l’ascensore,
infatti, era inutile. Perfino nei giorni migliori funzionava
raramente e al
momento, in ossequio
alla campagna economica in preparazione della Settimana
dell’Odio, durante le ore diurne l’erogazione della corrente elettrica veniva
interrotta. L’appartamento era al settimo piano e Winston, che aveva trentanove
anni e un’ulcera varicosa alla caviglia
destra, procedeva lentamente,
fermandosi di tanto
in tanto a riprendere fiato.
Su ogni pianerottolo,
di fronte al
pozzo dell’ascensore, il
manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei
ri-tratti fatti in
modo che, quando
vi muovete, gli
occhi vi seguono.
IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA,
diceva la scritta in basso. All’interno dell’appartamento una
voce pastosa leggeva
un elenco di cifre
che avevano qualcosa a che fare con la produzione di ghisa grezza. La voce proveniva
da una placca
di metallo oblunga,
simile a uno
specchio oscurato, incastrata
nella parete di destra. Winston girò un interruttore e la voce si
abbassò notevolmente, anche
se le parole
si potevano ancora
distinguere. Il volume dell’apparecchio [si chiamava teleschermo] poteva
essere abbassato, ma non vi era modo di spegnerlo. Winston si avvicinò alla
finestra: era una
figura minuscola, fragile,
la magrezza del
corpo appena accentuata dalla tuta azzurra che costituiva
l’uniforme del Partito. Aveva i capelli
biondi, il colorito
del volto naturalmente
sanguigno, la pelle
resa ruvida dal sapone grezzo,
dalle lamette smussate e dal freddo dell’inverno appena trascorso. Fuori il
mondo appariva freddo, perfino attraverso i vetri chiusi della finestra. Giù
in strada piccoli
mulinelli di vento
facevano roteare spirali
di polvere e di carta straccia e,
sebbene splendesse il sole e il cielo fosse di un azzurro vivo, sembrava che
non vi fosse colore nelle cose, se si eccettuava-no i manifesti incollati per
ogni dove. Il volto dai baffi neri guardava fisso da ogni cantone. Ve ne era
uno proprio sulla facciata della casa di fronte. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA,
diceva la scritta, mentre gli occhi
scuri guardavano in
fondo a quelli
di Winston. Più
giù, a livello
di strada, un
altro manifesto, strappato
a uno degli
angoli, sbatteva al
vento con ritmo
irregolare, coprendo e
scoprendo un’unica parola:
SOCING. In lontananza un elicottero volava a bassa quota
sui, tetti, si librava un istante come
un moscone, poi
sfrecciava via disegnando
una curva. Era la pattuglia della polizia, che spiava nelle
finestre della gente. Ma le pattuglie non avevano molta importanza. Solo la
Psicopolizia contava. Alle spalle di Winston, la voce proveniente dal
teleschermo continuava a farfugliare qualcosa a proposito della ghisa grezza e
della realizzazione più che completa del Nono Piano Triennale. Il teleschermo
riceveva e trasmetteva contemporaneamente. Se Winston avesse emesso un suono
anche appena appena più
forte di un
bisbiglio, il teleschermo
lo avrebbe captato;
inoltre, finché fosse rimasto nel campo visivo controllato dalla placca
metallica, avrebbe potuto
essere sia visto
che sentito. Naturalmente,
non era possibile sapere se e quando si era sotto
osservazione. Con quale frequenza, o con quali sistemi, la Psicopolizia si
inserisse sui cavi dei singoli ap-parecchi era oggetto di congettura. Si poteva
persino presumere che osservasse
tutti continuamente.
Comunque fosse, si
poteva collegare al
vostro apparecchio quando
voleva. Dovevate vivere
[e di fatto
vivevate, in virtù
di quell’abitudine che diventa istinto] presupponendo che qualsiasi
rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento — che non fosse
fatto al buio — attentamente scrutato. Winston
dava le spalle
al teleschermo. Era
più sicuro, anche
se sapeva bene
che perfino una
schiena può essere
rivelatrice. A un
chilometro di distanza,
immenso e bianco
nel sudicio panorama,
si ergeva il
Ministero della Verità,
il luogo dove
lui lavorava. E
questa, pensò con
un senso di
vaga ripugnanza, questa era Londra, la principale città di Pista Uno, a
sua volta la terza provincia più popolosa dell’Oceania. Si sforzò di cavare
dalla memoria qualche ricordo dell’infanzia che gli dicesse se Londra era
sempre stata così. C’erano
sempre state queste
distese di case
ottocentesche fatiscenti, con i
fianchi sorretti da travi di legno, le finestre rattoppate col cartone, i
tetti ricoperti da
fogli di lamiera
ondulata, i muri
dei giardini che
pericolavano, inclinandosi da tutte le parti? E le aree colpite dalle
bombe, dove la polvere
d’intonaco mulinava nell’aria
e le erbacce
crescevano disordinatamente sui mucchi
delle macerie, e i posti dove le bombe avevano creato spazi più ampi, lasciando
spuntare colonie di case di legno simili a tanti pollai? Ma era inutile, non
riusciva a ricordare. Della sua infanzia non restava che
una serie di
quadri ben distinti,
ma per la
gran parte incomprensibili e privi di uno sfondo contro
cui stagliarsi. Il Ministero della
Verità [Miniver, in
neolingua] differiva in
maniera sorprendente da qualsiasi
altro oggetto che la vista potesse discernere.
Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco e abbagliante che s’innalzava, terrazza
dopo terrazza, fino
all’altezza di trecento
metri. Da dove
si trovava Winston
era possibile leggere,
ben stampati sulla
bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA
Si diceva che
il Ministero della
Verità contenesse tremila
stanze al di
sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto.
Sparsi qui e là per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni
simili. Facevano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal
tetto degli Appartamenti Vittoria li si poteva
vedere tutti e
quattro simultaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i
quali era distribuito l’intero apparato
governativo: il Ministero
della Verità, che
si occupava dell’informazione,
dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pace,
che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e
l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli affari
economici. In neolingua
i loro nomi
erano i seguenti:
Miniver, Minipax, Miniamor e
Miniabb. Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era
assolutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si
era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi
era impossibile, se
non per motivi ufficiali,
e anche allora
solo dopo aver
attraversato grovigli di
filo spinato, porte
d’acciaio e nidi
di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che
conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da
gorilla, in uniforme nera e armate di lunghi manganelli. Winston si girò di
scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno ottimismo
che era consigliabile
mostrare quando ci
si trovava davanti al teleschermo.”
da 1984 di George Orwell
PROVERO’ A
RILEGGERLO...
FORSE, QUESTA VOLTA,
NON AVVERTIRO’ QUEL SENSO DI OPPRESSIONE, DI SOFFOCAMENTO, DI MORTE
INTERIORE...
Daniela
Zini
“Io
ho fatto un viaggio intercontinentale, dopo 16-18 ore sono arrivato al
Villaggio di Wuhan, poi ho dormito tanto
per la stanchezza e il jet lag ma è normale. Non ho avuto sintomi influenzali, né febbre, né tosse
particolare. Io ero nella stessa camera
di Matteo Tagliariol e non capisco perché sia uscito tutto questo a mesi di distanza. Io non ho
avuto nulla e la gara si è svolta nel
modo più normale possibile”. Sono le parole del campione di fioretto delle
Fiamme Gialle, Valerio Aspromonte dopo quelle di Matteo Tagliariol che ha detto
che ai Mondiali militari di Wuhan in
Cina si sono ammalati tutti, ipotizzando un possibile contagio di Covid-19.
“Siamo
stati 11 giorni dentro il Villaggio che era pulito e ordinato, atleti moribondi
per il villaggio non ne ho visti, ho sempre mangiato nella mensa del Villaggio,
era tutto nella norma”, ha aggiunto
Aspromonte.
“Nella
camerata eravamo io e Matteo, poi Pizzo e Buzzi, Anfora e l’armiere e nessuno
di loro ha avuto problemi con febbre e sintomi di altro tipo. Ripeto, da parte
mia ho riposato di più del solito solo perché ero stanco. A me dispiace che
escano certe cose a distanza di mesi. La mia famiglia e io siamo stati
benissimo, nessuno di quelli che è stato intorno a me è stato male, tantomeno
io”, ha proseguito Aspromonte.
“Poi
i tempi di incubazione del coronavirus
dicono che sia dai 5 ai 15 giorni, non puoi stare subito male
quando arrivi a meno che non lo hai
preso prima di partire”, ha proseguito il campione azzurro che si sta allenando
ancora a casa. “Io non sono mai uscito di casa. Ho fatto una quarantena vera.
Ho sempre fatto ginnastica con mio
figlio. Ora ho iniziato un po’ di
attività all’esterno ma ancora non sono entrato in sala scherma, stiamo aspettando le linee guida della
Federazione per iniziare la parte più
tecnica. Con le Olimpiadi slittate e le gare che per i prossimi 4-5 mesi non ci saranno, credo sia
anche il caso di aspettare, magari una
settimana in più, per fare andare tutto per il
verso migliore. L’importante è ripartire e fare le cose senza rifermarsi subito”, ha concluso Aspromonte [https://www.raisport.rai.it/articoli/2020/05/Aspromonte-Tagliariol-A-Wuhan-ero-in-camera-con-lui-ma-stavo-bene-82d76afc-d39d-4ea6-b88a-f7b8574335d0.html].

E TORNIAMO AI GIOCHI MILITARI MONDIALI DI WUHAN!
RispondiEliminaE QUALCUNO MI AVEVA ANCHE AVVERTITO CHE INCORREVO NEL REATO DI PROCURATO ALLARME...
MA DA OTTOBRE, SI SVEGLIA, OGGI, A MAGGIO?
ADESSO CHE LA FLOTTA AMERICANA È NEL PACIFICO?
A PENSARE MALE È PECCATO, MA A VOLTE CI SI AZZECCA, DICEVA IL DIVO GIULIO...
“Ai mondiali militari di Wuhan «Ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell'appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine». Così Matteo Tagliariol, uno dei campioni della scherma azzurra racconta quanto accaduto lo scorso ottobre e il possibile contatto col coronavirus già allora. «Ho avuto febbre e tosse per 3 settimane - dice lo spadista azzurro – e gli antibiotici non hanno fatto niente; poi è toccato a mio figlio e alla mia compagna. Non sono un medico, ma i sintomi sembrano quelli del covid-19»”
Coronavirus, lo schermidore Tagliariol: “A Wuhan già ad ottobre ci siamo ammalati tutti con febbre e tosse”, La Stampa, 7 maggio 2020 [https://www.lastampa.it/sport/2020/05/07/news/coronavirus-lo-schermidore-tagliariol-a-wuhan-gia-ad-ottobre-ci-siamo-ammalati-tutti-con-febbre-e-tosse-1.38815524?fbclid=IwAR2hzsFzEz_tVRDs63rIBNl16iaGr4A8QzUBOK4hnLug7eAgnYghpnKj4sw].